Intervista ad Agostino Miozzo, coordinatore del CTS

Jan 04, 2021 di Bianca Foscarini

Il coordinatore del Comitato tecnico scientifico, in una intervista in esclusiva per il Comitato A Scuola!, ribadisce l’importanza di riprendere una didattica in presenza per i ragazzi. E ci scommette in prima persona: «Mancare questo appuntamento sarebbe il fallimento del nostro sistema, a quel punto credo che anche la mia collaborazione con il Comitato Tecnico Scientifico arriverebbe alla sua conclusione».

Agostino Miozzo, intervistato da A Scuola!
MIOZZO: «SONO FIDUCIOSO SULLA RIAPERTURA DELLE SCUOLE SUPERIORI IL 7 GENNAIO»

È sempre stata una delle voci più decisamente convinte dell’urgenza di riportare i ragazzi delle superiori sui banchi. E una voce particolarmente autorevole, visto che Agostino Miozzo è il coordinatore del Comitato tecnico scientifico (Cts), che dalla prima ondata fornisce al Governo consulenza e supporto nella gestione della pandemia. Miozzo ha voluto concedere un’intervista al Comitato “A scuola!” alla vigilia della promessa riapertura in presenza delle secondarie di secondo grado, prevista per il 7 gennaio.

Dott. Miozzo, perché così importante riaprire le scuole superiori?

Perché la formazione dei nostri ragazzi non può essere delegata a meccanismi “artificiali” di istruzione, ma passa necessariamente attraverso la presenza fisica, che significa socializzazione, incontro, confronto. La riapertura delle scuole è fondamentale per la costruzione di un percorso non solo didattico, ma pienamente formativo, dal quale dipende la nascita degli uomini e delle donne di domani.

Spesso chi chiede la riapertura delle scuole viene apostrofato come irresponsabile, egoista, poco attento alla salute delle categorie deboli come gli anziani…

Irresponsabile è fare confronti del genere, perché si tratta di due ordini di argomento molto diversi. Il sistema sanitario deve avere come priorità la tutela e la salute delle persone, senza distinzione di età, sesso o status, e per i ragazzi la Dad prolungata è un danno psicologico enorme. Per quanto riguarda gli anziani, se parliamo degli insegnati vicini alla pensione effettivamente il contatto con i ragazzi può essere un problema e infatti sono già stati immaginati delle forme di protezione. Ma se parliamo degli anziani che vivono in casa, il problema dell’adolescente convivente non è la scuola, ma tutto quello che quel ragazzo fa nel contesto in cui vive: dall’andare al centro commerciale al ritrovarsi con i suoi amici in quindici in una cameretta. Perché io non credo che gli adolescenti italiani siano chiusi in casa da 10 mesi, hanno in qualche modo continuato ad avere una socialità. E sappiamo che il rischio di contagio tra ragazzi è molto più importante, proprio per il tipo di socialità che hanno. Ma non sono le lezioni a scuola il problema. Anzi, le scuole sono un’occasione di socialità controllata. Ci sono inoltre diversi studi, ultimo quello dell’Ecdc (European centre for desease prevention and control), che hanno dimostrato come non siano state le classi il focus epidemico della seconda ondata. Non a caso, in tutti i Paesi europei le scuole sono rimaste aperte anche durante l’adozione di lockdown più o meno totali. Per esempio, a fine dicembre Israele ha iniziato un lockdown molto duro, ma con le scuole aperte.

Allora come proteggiamo gli anziani che vivono in famiglia?

Dobbiamo informare le famiglie che dove c’è una convivenza tra giovani e anziani c’è sempre un rischio, sia che i ragazzi vadano a scuola che no. Dove non è possibile vivere separati, gli anziani si proteggono facendo attenzione, prima di tutto usando le mascherine in casa, anche se può sembrare eccessivo.

Perché siamo arrivati così impreparati alla seconda ondata, in particolare per quel che riguarda la scuola? Cosa è mancato?

È mancato che la scuola fosse una priorità nel dibattito politico. Siamo arrivati tardi perché la scuola, anche nell’emergenza, ha subito le distrazioni di un sistema che non la ritiene una priorità. Quest’estate si è parlato molto di ombrelloni e discoteche, ma poco di scuola.

Come arrivare invece pronti alla sfida del 7 gennaio? In particolare, l’idea di avere dei presidi sanitari fissi nelle scuole per il tracciamento è realistica? 

I presidi sanitari a scuola sembrano una chimera, ma non è così. Il medico scolastico era una realtà fino a pochi decenni fa, che è andata dissolvendosi per tagli della spesa pubblica. Oggi possiamo pensare che le scuole ritornino ad essere presidi sanitari, ma in una forma nuova. Se non è possibile riesumare il medico scolastico, bisogna comunque pensare di avvicinare il sistema sanitario di base alla scuola. Nella scuola devono esserci persone formate in grado di tradurre le indicazioni delle autorità sanitarie, spesso espresse in un linguaggio poco comprensibile, e, viceversa, dialogare con le strutture sanitaria perché si attivi in tempo reale in presenza di un problema. Il che, tradotto in tempo di Covid, significa che il responsabile Covid della scuola sia preparato e gli siano dati tutti gli strumenti per comunicare con i responsabili della sanità pubblica e in caso di dubbio avere delle risposte in tempo reale.

È realistica l’ipotesi di fare test rapidi a tappeto periodicamente a tutta la popolazione scolastica?

I tamponi rapidi hanno un costo accessibile, sono facili da utilizzare e hanno una sensibilità abbastanza elevata, soprattutto per uno screening di massa. Sarebbe utile che fossero disponibili per le scuole, con conseguente disponibilità anche di personale in grado di farli, che siano infermieri o militari. Sull’uso a tappeto sono perplesso, credo che sia più utile usarli in maniera mirata, per esempio su una classe nella quale si sia verificato un caso di positività.

Sempre in vista del 7 gennaio: i tavoli coordinati dalle Prefetture sono una buona soluzione? Perché sono partiti solo a dicembre?

Perché siano partiti così tardi me lo chiedo anch’io. Però sono contento che si siano fatti perché sono “la” soluzione al problema. Dopo la prima ondata abbiamo immaginato di dare un orientamento di vertice al problema della scuola, a livello di Ministero dell’Istruzione, della Sanità e dei Trasporti, quando invece il problema era da affrontare a livello locale perché le autonomie didattiche sono locali, così come l’organizzazione della sanità e dei trasporti. I tavoli prefettizi hanno funzionato perché tutti i soggetti che hanno il potere di decidere si sono messi intorno al tavolo e hanno trovato le soluzioni.

Questo è vero soprattutto per alcune città. Se non si dovesse essere pronti tutti a gennaio, è giusto che partano prima le città e le scuole che sono riuscite a organizzarsi? Non è discriminatorio?

Chi è pronto deve partire, non è affatto discriminatorio, sarebbe anzi discriminatorio il contrario. Vediamo la cosa da un altro punto di vista: è giusto che chi è più preparato e capace sia un modello per gli altri. Chi tira la volata, va seguito. Non si può penalizzare tutto il sistema a causa di chi non è pronto. In questo senso vedo bene anche i ragazzi che protestano: che siano un pungolo per i rispettivi Governatori. Era ora che i ragazzi facessero valere i propri diritti.

Quindi si riapre davvero, secondo lei?

Sono ottimista. E comunque sono molto soddisfatto di una cosa: che il dibattito politico sulla scuola sia ripreso. Che l’apertura sia il 7 o il 15, poco importa, dopo 11 mesi.

C’è chi però parla della primavera inoltrata, come data per una apertura realmente in sicurezza…

Ma scherziamo? Non se ne parla nemmeno. Sarebbe una scelta drammatica, compatibile sono con un aggravamento incontrollabile della pandemia, altrimenti non si spiegherebbe la necessità di chiudere le scuole e mantenere aperti i centri commerciali. Sarebbe anche il fallimento del nostro sistema, a quel punto credo che anche la mia collaborazione con il Cts arriverebbe alla sua conclusione.

Il Cts, da lei coordinato, è parso a tratti diviso sulla scuola. È così? Qual è il peso delle vostre indicazioni nelle scelte del Governo, in particolare sul nodo istruzione?

Siamo in 26 menti pensanti, con competenze e provenienze diverse, è normale che ci siano divergenze. Ci sono gli epidemiologi, i talebani dell’infezione, che metterebbero in lockdown tutti fino all’immunità di gregge, ma ci sono anche geriatri e PEDIATRI che raccomandano l’importanza del movimento e di una vita sociale per anziani e ragazzi e che premono perché il confinamento non sia totale. È vero, siamo stati divisi, ma alla fine siamo sempre riusciti a trovare una mediazione nella diversità dei pareri espressi. Il mio lavoro di coordinatore è proprio questo, trovare la sintesi che mette tutti d’accordo, l’indicazione frutto di un pensiero collettivo. A mio parere siamo stati anche molto ascoltati dal Governo. Certo bisogna tenere presente che l’atteggiamento del Governo è molto cambiato in questi mesi: nella prima ondata l’unico pensiero era ridurre i contagi, adesso giustamente si cerca di guardare anche alle conseguenze sociali ed economiche. Anche noi, come Cts, siamo costretti a parlare alla politica con un’attenzione diversa rispetto a quella di aprile. Però, alla fine, spetta poi solo alla politica trovare un bilanciamento tra i nostri suggerimenti e quello che i territori si aspettano.